Le origini di questa avventura sono descritte nella lettera che la fondatrice, Rita, appena rientrata dal suo viaggio in India, nel febbraio 2020, ha voluto scrivere per condividere la sua esperienza e il desiderio di realizzare l'Opera di Volontariato che già si delineava.
L’emergenza del Coronavirus, scoppiata immediatamente dopo il rientro dall’India, pur con tutte le difficoltà che ha generato, non solo non ha impedito che l’Opera nascesse e prendesse forma, ma è stata una circostanza che ne ha rafforzato le motivazioni, l’intento ed il valore.
Perché un'Opera - Le Ragioni di un Compito
" Tutto prende origine dal mio recente viaggio in India, come medico volontario, presso alcuni villaggi poveri della regione dell’Ariyalur, nello stato del Tamil Nadu. Affronto questa nuova esperienza, tra persone che neppure conosco, con semplicità e del tutto inconsapevole di ciò che mi attende.
Quei villaggi rurali sono abitati in prevalenza dal popolo dalit, che rappresenta la fascia più povera e più debole di tutta la popolazione indiana. In India sopravvive ancora oggi l’antico sistema delle caste, basato sui principi dell’Induismo, secondo il quale alla casta si appartiene per nascita e si rimane vincolati per tutta la vita. I matrimoni avvengono sempre all’interno della stessa casta, mantenendo così inalterata la divisione sociale.
I dalit sono esclusi dal sistema castale, poiché considerati indegni e impuri (intoccabili) e vengono emarginati in ogni ambito della vita sociale. Fin da bambini crescono isolati, tanto che a scuola siedono in fondo alla classe e mangiano separatamente.
Purtroppo il governo tollera la grave discriminazione verso i dalit e provvede unicamente a distribuire loro piccole quantità di riso, del tutto insufficienti per le necessità delle famiglie.
Sono persone poverissime, per lo più prive di scolarizzazione, discriminate e senza alcuna possibilità di riscatto sociale. A loro vengono riservati i lavori più umili e mal retribuiti, quasi sempre giornalieri, privi di ogni forma di assistenza e tutela.
I dalit vivono confinati nei loro villaggi, in condizioni di isolamento e privazione assoluta, e accettano questa situazione con totale sottomissione. È molto difficile per loro superare il profondo senso di inferiorità e insicurezza, radicato da generazioni, in una società da sempre basata sulla valorizzazione delle caste, che li esclude da ogni ambito della vita sociale.
Per questo motivo la strada del riscatto sociale non può essere solo legislativa ed economica, ma deve passare attraverso un profondo cambiamento di mentalità, anche negli stessi dalit. Permettendo alle nuove generazioni di studiare, si possono formare persone consapevoli, competenti e finalmente libere di riconoscere e affermare il proprio valore. L’istruzione è l’unica concreta possibilità per garantire il riscatto sociale e un futuro più dignitoso al popolo dalit.
In quei villaggi conosco realmente la triste condizione degli intoccabili. Là incontro padre Samy, un sacerdote che appartiene al popolo dalit e si prodiga per aiutare la sua gente attraverso opere missionarie e proposte educative per i ragazzi. Grazie a lui riesco a dialogare con le persone che incontriamo, effettuare visite mediche e ascoltare storie e difficoltà di ogni genere. Padre Samy è per me un esempio straordinario di fede, umanità, amore e dedizione verso il suo popolo così afflitto. Accanto a lui imparo a guardare con occhi nuovi le persone e riesco a cogliere in ciascuna, oltre al problema sanitario, una storia personale unica e talvolta dolorosa, una umanità profonda e talvolta sofferente, una bellezza delicata e talvolta offesa, insieme a un bisogno talora così estremo.
Come la storia di Nilanu, una ragazzina che abbandona gli studi per sostenere la famiglia poverissima e si trasferisce a lavorare in un cotonificio a 100 km dal villaggio, dove trova condizioni di vita e di lavoro durissime. Dopo essersi gravemente ammalata torna a casa e per affrontare le cure la famiglia è costretta a indebitarsi. Mi confida anche la sorte di 2 compagne che, abusate, rimaste incinte e allontanate dal lavoro, tornano al villaggio, dove, ripudiate e abbandonate anche dalla famiglia, decidono di togliersi la vita. Quella ragazzina fragile e umilissima, che probabilmente ha subìto gli stessi abusi, non ha altra prospettiva che quella triste condizione lavorativa.
Da questa storia dolorosa nasce il primo gesto di aiuto concreto, che può consentire a Nilanu di riprendere gli studi per conseguire il diploma di infermiera, avere un lavoro dignitoso, e spero davvero una vita migliore.
E come non commuoversi di fronte al destino di una ragazza di 32 anni morta a casa, per chissà quale malattia, perché la famiglia, mentre lei si aggrava, non riesce a ottenere un prestito per poterla curare. Io la incontro così, per la prima volta, già sul suo letto di morte, e difficilmente potrò dimenticare quel volto e il pianto silenzioso e rassegnato della famiglia, che invece dovrebbe gridare!
Percepisco anche il dolore impotente delle madri per la fragilità di un figlio malato: ricordo bene le lacrime di una giovane mamma per il suo bambino di 6 anni nato con difficoltà motorie e bisognoso di cure speciali, che lei non può sostenere. La donna arriva a piedi da un villaggio distante, portando il suo bambino in braccio per quel lungo tragitto poiché non possiede una carrozzina. In quella silenziosa e dignitosa fatica è racchiusa l'umile richiesta di aiuto e la speranza che il suo bambino possa avere un futuro migliore.
E non dimentico quel ragazzo di 15 anni che visito per una forte emicrania e per un disturbo di vista, scoprendo che soffre di crisi epilettiche, ma assume la terapia solo quando sua mamma, con qualche giornata di lavoro, riesce ad acquistarla.
E proprio là, in quei villaggi lontani e tra persone umili e bisognose, comprendo pienamente il senso straordinario del mio lavoro: poter accogliere il bisogno totale e assoluto dell’uomo che affida alle mani del medico tutto se stesso e tutta la sua fragilità, così semplicemente e senza alcuna riserva. Questo genera, inevitabilmente, un profondo rapporto umano e una rispettosa e amorevole cura.
Tale misteriosa commozione accade nella più assoluta semplicità, incontrando e visitando le persone in luoghi improvvisati, dove tutto è essenziale: talvolta in una scuola, talvolta in chiesa, nella maggior parte dei casi all’aperto, anche alla luce di un telefonino, quando non esiste altra fonte di illuminazione.
E accadono anche gesti straordinari, come l’incontro con un giovane papà di casta alta, che decide di portare il suo unico bimbo di 3 anni, tenendolo amorevolmente in braccio, per una tosse persistente. Perciò si unisce alle persone dalit che sono là in attesa di essere visitate, condividendo con loro lo stesso bisogno di cura e, nella sua apparente normalità, quella vicinanza è invece davvero straordinaria.
Ecco come la nostra proposta, libera ed estranea a quelle dinamiche sociali, rivolta alle persone per il loro valore umano e non per vincoli di casta, può educare a un cambiamento di mentalità, partendo da gesti semplici.
La mattina seguente, quel papà ringrazia padre Samy perché il suo bambino, dopo la prima dose di antibiotico, finalmente ha riposato tranquillo.
Questa testimonianza è un dono prezioso e inatteso, ci fa comprendere il grande valore dell’impegno sanitario.
Anche l’affetto gratuito e spontaneo dei bambini, con i loro meravigliosi sorrisi e la loro semplice gioia, è un regalo commovente. Ancora così ingenui e felici di quel poco che li circonda, mi corrono incontro con la loro leggerezza e sembrano tanti piccoli angeli. Li guardo col desiderio di poterli aiutare a spiccare il volo uno per uno e così, con infinita tenerezza materna, li abbraccio tutti.
In molte circostanze non è possibile offrire l’aiuto necessario, sia per condizioni sanitarie complesse, sia per bisogni materiali importanti, ma tutte quelle situazioni restano comunque in attesa di trovare una soluzione.
Il mio desiderio è di poter rispondere con un impegno personale, iniziando un nuovo progetto di volontariato, che sappia garantire semplicità e libertà di rapporto e piena condivisione del bisogno, come io stessa ho potuto sperimentare tra quella povera gente.
Così si delinea un compito: dedicarmi a un’Opera per i “miei dalit”.
La nascita dell’Opera “Le Ali dell’Angelo” è la risposta concreta all’intensa esperienza umana vissuta, in modo del tutto inatteso, in quei luoghi di sofferenza e povertà. Vuole anche testimoniare che, sostenendo e condividendo un bisogno, sia quello educativo di un bambino, sia quello economico di una famiglia in difficoltà, sia quello sanitario di un malato, si può sperimentare una straordinaria ricchezza umana.
L’Opera promuove iniziative di aiuto a favore del popolo dalit, in quei villaggi poverissimi dove tutto ha avuto inizio. L’obiettivo primario è il sostegno scolastico ai bambini, perché solo con l’istruzione le nuove generazioni possono superare discriminazione e povertà. Altri progetti di aiuto sono previsti in ambito sanitario.
Per realizzare tali obiettivi, l’Associazione si rivolge al buon cuore e alla solidarietà di tante persone che, attraverso piccole donazioni, possono contribuire a cambiare il destino di gente poverissima.
È garantita la totale trasparenza dei progetti finanziati e viene favorita l’attiva partecipazione dei sostenitori alla crescita e alla diffusione dell’Opera, fondata e sostenuta unicamente attraverso il volontariato.
Ringrazio davvero di cuore tutti coloro che aiuteranno l’Opera a produrre frutti abbondanti e generosi, condividendone i valori."
Milano, marzo 2020 (al tempo del Coronavirus)
Rita Gitto - Medico dermatologo
